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Domenica, 23 Marzo 2008 - Pasqua
TUTTE LE CORAGGIOSE "SIGNORE ACHAB" A CACCIA
DEL MARITO E DELLA BALENA BIANCA
Quando pensiamo alla parola «baleniera» ci
vengono in mente due cose: o una nave ipertecnologica, battente
bandiera giapponese, che massacra in quantità industriale poveri
cetacei, oppure un vetusto veliero con sul cassero il capitano Achab
che insegue, più o meno ad armi pari, un furente e poderoso
abitatore degli abissi. In nessuno dei due casi, ma soprattutto non
nel secondo, ci passa per la testa l’immagine di una signora in
velette e trine intenta a scrutare il mare in compagnia di ufficiali
e ramponieri. Insomma nell’immaginario collettivo un ponte intriso
di sangue di balena non è un posto per donne. Eppure per tutto
l’Ottocento le baleniere hanno ospitato signore temerarie, o
semplicemente sfortunate.
A scoprirlo e a raccontarlo è Annamaria «Lilla» Mariotti, scrittrice
di cose di mare e autrice di Cacciatrici di Balene (Fratelli Frilli
editori, pagg. 189, euro 14,80). Indagando gli archivi di New
Bedford (Massachusetts), vera capitale della caccia al cetaceo che
lo stesso Melville scelse per l’ambientazione iniziale di Moby Dick,
ha ricostruito le vite di signore borghesi, quasi sempre mogli di
capitani, le quali, violando tabù marinareschi e benpensantismo
quacchero, trascorsero parte della loro vita a zonzo sugli oceani.
Il primo caso documentato è del 1822. Una certa Mary Hayden Russel
viaggiò sino al Mar del Giappone sulla baleniera «Emily», comandata
dal marito. Nei successivi 25 anni il fenomeno dilagò. I viaggi
delle baleniere diventavano sempre più lunghi e le signore di New
Bedford sempre meno propense a restare a casa. Così nella seconda
metà dell’Ottocento le «lady» imbarcate divennero centinaia. E
finirono per essere gradite persino agli armatori. La presenza di
una signora, spesso molto più alfabetizzata e civilizzata del marito
comandante, stemperava gli animi e preveniva le violenze a bordo.
Inoltre le «capitane» si ingegnavano ad aiutare il cuoco, accudire
gli animali e fare le veci del sempre inesistente medico. Ma
interessante non è soltanto la vicenda personale di queste
avventuriere, molto poco femministe ma molto pragmatiche, e capaci
di tener testa a marinai che non erano certo stinchi di santo. Se
c’è una cosa profondamente femminile, è tenere un diario. Quindi, se
vogliamo sapere molto sulla vita di tutti i giorni nei velieri del
tempo che fu, non c’è fonte migliore.
Matteo Sacchi |