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Questo racconto è stato scritto appositamente per l'ASSOCIAZIONE RADIOAMATORI SARDEGNA che lo hanno letto il 19 Luglio 2008 presso il faro, durante una riunione di gruppo per effettuare collegamenti radio dal Faro di Capo Carbonara
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IL GUARDIANO DEL FARO E LA SIRENA
Di Annamaria “Lilla” Mariotti
Vicino alla torre si trova una grande costruzione scura, con una torretta, che fungeva da alloggio per i guardiani. Giovanni, un bel giovane, alto e robusto, con una testata di capelli neri arrivò al faro un certo giorno di un certo anno, non si sa esattamente quando, era stato in marina, ma poi aveva chiesto un incarico a terra, ed ecco il posto al faro. I guardiani a quel tempo erano tre, Guido, il capo guardiano, con la moglie, e Roberto, che aveva anche due figli. Giovanni non era sposato, aveva trovato una ragazza che gli piaceva, ed era arrivato quasi alla soglia dell’altare, ma quando lei aveva sentito parlare del faro di Capo Carbonara aveva cambiato idea, non era attratta dalla solitudine e preferì rinunciare. Così Giovanni si ritrovò solo, ma le due famiglie che vivevano nella grande casa erano diventate la sua famiglia. Il tempo passava, il lavoro di Giovanni era semplice, doveva salire ogni sera le scale a chiocciola della torre per accendere la luce, ed al mattino faceva la stessa cosa per spegnerla. Poi doveva fare la manutenzione al peso motore che faceva girare la lanterna, ancora non era arrivata l’elettricità, e, insieme agli altri facevano i piccoli lavori necessari per tenere in ordine tutto l’apparato. Con il tempo venne l’elettricità Roberto e la famiglia furono trasferiti ad altro incarico, e poco dopo anche Guido fu trasferito, così Giovanni rimase solo al faro, e, stranamente, sembrava che tutti lo avessero dimenticato. Lui aspettava che da un momento all’altro arrivasse la notizia che l’impianto sarebbe stato automatizzato, ma non arrivò mai, e Giovani continuava a salire e scendere la scala a chiocciola per curare il suo bellissimo faro. Intanto gli erano cresciuti un bel paio di baffi, ed i capelli piano, piano si erano ingrigiti, ma la sua prestanza fisica non aveva risentito del passare del tempo. Quando era libero dai suoi impegni, il suo passatempo preferito era scendere alla scogliera sotto al torre per andare a pescare. Portava il secchiello con le esche, dei piccoli gamberetti quasi trasparenti che lui andava a raccogliere all’imbrunire, lungo gli scogli con un retino e che poi teneva in un secchiello pieno di acqua di mare.
Giovanni si accoccolò vicino a lei e le chiese : “chi sei ?”. Il suo riso argentino risuonò così dolce alle sue orecchie, come mai gli era capitato prima. “Come chi sono ?, sono una sirena, non lo vedi sciocco ?” e nello stesso tempo agitò la cosa. “Credevo che non esistessero le sirene” rispose Giovanni. “Certo che esistiamo, ma non qui. Secoli di battaglie navali, di rumori, i vostri ami, le vostre reti, e anche il vostro inquinamento, tutto ci ha ricacciato da tempo nel più profondo del mare, e lì viviamo in pace, lontano dall’uomo”. “Ma tu cosa fai qui, come ti chiami ? “ “Ho un nome che per te sarebbe impronunciabile, ma potrai chiamarmi come vuoi, per ora, poi imparerai“ rispose lei con una smorfietta ”Io ho ottenuto di poter rimanere qui perché sono alla ricerca di un compagno che divida la mia vita, uno che ami il mare quanto me. E’ tanto che ti tengo d’occhio.” “Cosa vuoi da me ?”, chiese Giovanni”che ti unisca a me,” rispose la sirena, “che tu scenda con me negli spazi infiniti, che tu impari a gioire del blu profondo” “Ma morirei affogato !!”, rispose l’uomo, “e poi sono vecchio, non vedi i miei capelli grigi “. La sirena rise, “No, la vecchiaia non esiste dove vive la mia gente” disse” io posso fare una sola magia, l’ultima, se ti tuffi con me, tornerai giovane, ti crescerà la coda, potrai respirare e vivrai la vita più meravigliosa che tu possa immaginare”. Giovani alzò lo sguardo verso l’orizzonte, fissò il mare infinito, non si voltò verso il faro e si tuffò senza dire una parola verso la sirena. In un primo momento gli sembrò di affogare, ma una stretta della mano della bella fanciulla lo rincuorò e si accorse che riusciva a respirare ed improvvisamente si rese conto che le sue gambe si trasformavano in una lunga, lucente coda. Allora la sirena lo guidò verso gli scogli sotto al faro, ed insieme saltarono su una roccia piatta, dietro alla quale il mare aveva formato una pozza di acqua limpida e gli disse “Guardati in quella pozza”. Giovanni si sporse e quello specchio gli rimandò l’immagine di un Giovanni di tanti anni prima, con i folti capelli neri arruffati dall’acqua di mare. Anche lei saltò su ridendo e gli disse “Io non ti lascerò sulle scale dell’altare”, poi si presero per mano ed insieme, con un tuffo, sparirono nella profondità del mare. Quando gli addetti della Marina arrivarono per automatizzare il faro, non trovarono nessuno. Sapevano che Giovanni era invecchiato lassù e pensavano in che modo il guardiano avrebbe appreso la notizia che doveva andare in pensione. Cominciarono a cercare dappertutto, poi scesero agli scogli, dove trovarono la canna e le esche. Chiamarono aiuto, cercarono intorno, fino a notte, una barca scandagliò le acque, ma di Giovanni nessuna traccia. Alla fine conclusero che Giovanni era annegato, forse era scivolato su uno scoglio, e la corrente lo aveva portato via. Così il faro fu automatizzato e mai più nessun guardiano salì e scese per le sue scale a chiocciola per accendere e spengere la luce.
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