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Di Annamaria
“Lilla” Mariotti
Quella
dei fari è una storia millenaria, affascinante, che va di pari passo
con la storia della navigazione e con la storia dell’uomo. Quando
l’uomo arriva a navigare sul mare, elemento nuovo e spaventoso, deve
farlo solo di giorno, la notte buia è piena di pericoli nascosti
sotto la superficie che in un attimo possono travolgere lui e la
fragile barca. Poi, intorno al 1200 a.C., arrivano i primi audaci
navigatori, i Fenici, che osano anche uscire dal bacino del
Mediterraneo ed oltrepassare le tante temute Colonne d’Ercole, al di
là delle quali si diceva che vortici spaventosi ed esseri mostruosi
inghiottissero uomini e barche. La navigazione diviene allora anche
notturna, ci si orienta con le stelle, ma non sempre sono visibili,
ed ecco allora apparire sulle rive, nei punti elevati della costa, i
primi “fari”, i primi bagliori nella notte, che non sono altro che
falò di legna accatastata, che vengono tenuti accesi fino all’alba.
E’ un lavoro faticoso questo, raccogliere il combustibile e
attizzare il fuoco che deve brillare tutta la notte, il buio
significa pericolo e morte e forse i primi “guardiani del faro” sono
schiavi o prigionieri di guerra che vengono utilizzati per questo
lavoro così gravoso
Quasi
improvvisamente, come sorti dal nulla, e quasi contemporaneamente,
vengono innalzati i due più grandi fari dell’antichità : Il Colosso
di Rodi ed il Faro di Alessandria. Del primo esistono solo vaghe
descrizioni, costruito nel 290 a.C. da Cario di Lindos,
rappresentava Elios, il Dio del sole, che teneva un braciere in
mano, era posto all’ingresso del porto di Rodi, ma crollò circo 80
anni dopo la sua costruzione per un terremoto. Quasi un antesignano
della Statua della
Libertà,
all’ingresso del porto di New York, che dal 1886 al 1902 è stata
tutti gli effetti un faro, finché la sua luce è diventata
insufficiente. L’altra meraviglia del mondo antico venne costruita
sull’isolotto di Pharos, di fronte ad Alessandria d’Egitto, un
Egitto ormai ellenizzato, sotto i regni di Tolomeo I e Tolomeo II,
intorno al 280 a.C. ed è dal nome della piccola isola che in tutti
gli anni a venire le costruzioni che illuminano il mare si sarebbero
chiamate “fari”. Il faro di Alessandria era imponente, ricoperto
di marmo bianco, alto 120 metri, costruito in tre tronchi, su cui
troneggiava la lanterna cilindrico sormontata da una statua di
Giove. All’interno, tramite una rampa, degli schiavi conducevano
muli carichi di legna resinosa portavano sulla sommità. Si dice che
la sua luce fosse visibile per più di 30 miglia, grazie anche ad un
gioco di specchi progettati da Archimede. Il faro crollò
definitivamente nel 1302, dopo che diversi terremoti lo avevano già
distrutto in parte.
Bisogna
arrivare all’epoca dei Romani perché il faro si trasformi in una
torre di pietra e si espanda per tutto il Mediterraneo, e anche
oltre, fino alle coste della Manica. L’unico faro costruito dai
Romani ancora funzionante è quello di La Coruña, in Galizia, regione
Nord Occidentale della Spagna, costruito nel II° secolo d.C. Questo
faro ha subito molti cambiamenti nel tempo, ma la base è ancora
quella costruita dai Romani, come si può leggere in un targa
lasciata dal suo costruttore, Caio Sevio Lupo.
Seguono i
secoli bui del Medioevo, dove le luci si attenuano, orde di barbari
navigatori scendono dal Nord e quelle luci diventano un pericolo, le
segnalazioni costiere potevano piuttosto guidare la loro rotta che
aiutare i naviganti in difficoltà. E’ in questo periodo che si
viene delineando la figura del “Guardiano del Faro”. I primi addetti
a questo compito sono gli ordini religiosi dei monasteri in riva al
mare, che tengono accesi dei bracieri nei campanili, poi monaci
eremiti, sull’esempio di San Venerio, che nel VII° secolo teneva
acceso un fuoco sull’Isola del Tino, nel Golfo di La Spezia, e che è
in seguito è stato scelto come Santo protettore dei Faristi. Altri
monaci, sulle coste aspre e battute dalle tempeste del Nord Europa,
come nel 1172 a Hook Head, in Irlanda, svolgono la stessa funzione,
tenendo acceso un fuoco in cima ad una torre, sulla quale in seguito
è stato costruito un faro ancora in funzione. Sulle coste italiane
nascono i primi fari importanti e tutt’ora funzionanti : a Livorno
nel 1302 ed a Genova nel 1543, ricostruiti su fari preesistenti, ed
è la cura di quest’ultimo che viene affidata ad una corporazione
cittadina e che la prima volta il mestiere di Guardiano del Faro
diventa ufficiale, per tenere acceso il fuoco sulla sua sommità e
per tenere puliti i vetri della lanterna.
I n
Francia ed in Inghilterra in epoca Rinascimentale vengono costruiti
dei fari su pericolosi scogli in mezzo al mare con architetture
ardite e fiabesche. Le Cordouan, all’estuario della Gironda, in
Francia, costruito in 27 anni, ornato con guglie statue e pinnacoli,
una Versailles sul mare, ed Eddystone, nel Canale della Manica, in
Inghilterra, costruito in legno con verande e larghe finestre,
entrambi bellissimi, ma poco adatti allo scopo per cui erano stati
costruiti. Il primo esiste ancora, ha subito molte trasformazioni
ed è ancora abitato dai guardiani, il secondo è stato inghiottito
dal mare e ricostruito altre tre volte, ma ora è disabitato.
Bisogna
aspettare il 1800, il secolo della farologia, perché i fari vengano
costruiti con criteri architettonici tali che possano sopportare le
furie delle tempeste, soprattutto quelli su scogli in mare aperto. I
fari inglesi sono delle torri di granito, all’interno delle quali i
faristi si muovevano da un piano all’altro a mezzo di scale di
legno. I fari Francesi venivano suddivisi dai Guardiani in tre
categorie : Inferno, Purgatorio e Paradiso, a seconda della loro
collocazione. Ben diversa doveva essere la vita all’interno di un
faro al largo delle coste Bretoni da quella di un faro sulla Costa
Azzurra. L’ultimo faro francese in alto mare ad essere abbandonato
è stato quello di Kéréon, che si trova al largo della Bretagna. Nel
Gennaio del 2004 l’ultimo Guardiano è sceso lungo la teleferica che
lo ha trasferito sulla barca d’appoggio, non esiste nessun altro
sistema per uscire da quel tipo di fari.
Ormai
si dice che i fari non sono più necessari per svolgere la loro
funzione, sono tutti automatizzati, ed i Guardiani dei fari sono
rimasti in pochi. In Italia se ne trovano ancora nei fari più
importanti lungo tutte le coste, ma la loro vita è cambiata, non
hanno più molte incombenze, una volta, quando la lanterna funzionava
ad acetilene, la lanterna girava per mezzo di un sistema ad
orologeria, con un contrappeso che scendeva lungo la torre e che
doveva essere ricaricato a mano ogni 4 o 5 ore, ed i fari erano
abitati da più famiglie, che si aiutavano a vicenda a sopportare la
solitudine ed i disagi di una vita appartata, perché i fari si
trovano sempre in zone isolate, alle volte non c’era neanche una
strada per raggiungerli ed i rifornimenti spesso arrivavano dal
mare. Oggi è tutto cambiato, anche il farista è informatizzato,
tutto funziona da solo, una cellula fa accendere la lanterna appena
fa buio e la spenge alle prime luci. Se qualcosa non funziona entra
in funzione il gruppo elettrogeno o si accende il faro di riserva,
poi basta segnalare al Comando Fari l’anomalia, ed i naviganti sono
avvisati. L’uomo deve tenere pulite le lenti perché la luce non sia
affievolita, la luce di una lampadina alogena da 1000 Watt, ampliata
dai riflettori delle lenti di Fresnel, bastano a lanciare la luce in
mare per molte miglia e le navi, con il loro sofisticati apparati,
non hanno più bisogno del faro come punto di riferimento, così si
dice. Ma tra il faro ed il suo Guardiano si instaura un rapporto
quasi di affetto, di amicizia, nessun guardiano si lamenta del suo
lavoro, nessuno sente la solitudine quando sono costretti a lasciare
il loro lavoro, ne parlano sempre con molta, molta nostalgia.
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